“Ceci n’est pas une pipe”, “Questa non è una pipa”, recita una didascalia posta da René Magritte in calce ad un celebre quadro del 1929: una pipa dipinta, sospesa sul monocromo uniforme dello sfondo, icona ideale d’un oggetto concreto sottratto dall’arte alla condizione delle cose che finiscono.                                                                                                                                         Era il 1907, quando in Provenza, davanti ad un dipinto di Cézanne raffigurante una natura morta con frutta, Rilke affidò ad una celebre lettera alla moglie, l’emozione di una scoperta: il significato più vero (e  autenticamente compreso)  della rivoluzione operata dal Maestro francese nell’ambito della pittura del suo tempo.                                                                                                                                                                                                       “… Inafferrabili … eppure tangibili” le “mele”del dipinto (alla maniera della pipa di Magritte) . Pura pittura, “del tutto sottratte quelle mele alla sfera dell’uomo, il quale mai avrebbe avuto l’istinto di mangiarle”.  

     C’è – nei quadri di Angelisa Bertoloni – un significato che trascende l’oggettivo mostrarsi del reale, qualcosa che induce l’osservatore più attento a domandarsi fino a qual punto l’immagine dipinta goda d’una propria autonomia… altro rispetto alla verità del modello di natura.

     Le “rose”, ad esempio, di inusitata grandezza, si dilatano nei quadri fino a coprire l’intera superficie, addossate a sfondi più spesso del colore dell’oro, come in certe icone, con la luce che si condensa e cela quanto esiste oltre il piano dell’orizzonte: mare dorato, non percorso dai brividi dell’ora, nel quale ogni elemento naturalistico si annulla, trasformato d’incanto in un respiro di Assoluto.                                                                   Ecco allora che le “rose” di Angelisa si liberano della dimensione della materia, eternandosi in forme che non conoscono il volgere del tempo, come i modelli incorruttibili del Cielo di Platone.                                            Le rose dipinte sono, a loro volta, manifestazione d’un colore che è simbolo del colore stesso, sottratto al modificarsi delle cose, dei petali che nella verità d’ogni giorno incontrano il sole, l’arsura della stagione più calda, il vento che dispettoso le scuote e le scioglie dalla corolla per confonderle impietoso con la terra.                                                   Talvolta i petali colorati si sollevano oltre ogni immaginazione a misurarsi con la distesa infinita del cielo, con uniformi sgretolati orizzonti, simili ad intonaci di muri giganteschi costruiti da una mano dispettosa per negare la vista delle  stelle.

     Le rose della Bertoloni sono accompagnate talvolta sulla superficie del supporto da un “parola” che le definisce, nel segno d’un percorso d’arte che in qualche modo rimanda all’esperienza estetica dei concettuali. La parola, la rappresentazione dell’oggetto (la rosa) attraverso la sua predicazione semantica (il nome) applicata all’arte ha il fascino insondabile del  “Logos” eracliteo, dentro il quale convivono, in una sorta di assoluto indifferente, la materia e la sua definizione, insieme, nell’inscindibile unità del Verbo.

    Una costante è l’  “ordine” che tutto presiede … la forza del disegno sapiente che blocca le immagini in ritagli di spazio colorati …                                                                                                                                                          Ferme le “rose” nella solennità del loro mostrarsi, sollevate sullo stelo, dentro cornici dipinte, in perfetto equilibrio al centro della scena.                                                                                                                                                      Angelisa carica la realtà di una trascrizione metaforica, in chiave simbolista, coi fiori che paiono assumere la condizione di uomini, caricandosi di sentimenti, mirabilmente espressi con la voce del colore, ora”gridati” dal rosso sangue dei petali o sussurrati dal bianco d’alba di corolle che tardano a schiudersi alla luce.

      C’è una cercata continuità tra i quadri che hanno a protagoniste le “ballerine” e quelli che privilegiano la rappresentazione della “rosa” .                                                                                                                                                      Dentro spazi essenziali – definiti nei particolari, ma risolti in tagli di campiture nere, avvolgenti come il fondo di velluto di un palcoscenico – si muovono le danzatrici, sollevate sulle punte o “sospese” come piume leggere che si lascino portare dal vento; talvolta moltiplicate nel numero per l’invadenza della loro ombra sulla scena. L’artista coglie le proprie ballerine in momenti diversi: ora piegate sul pavimento, ora le braccia sollevate come guizzi di fiamma, attente allo studio di un “gesto” … movimento solo apparente, o meglio, ritaglio di movimento fissato nell’equilibrio instabile, ben espresso a modello, dalla scultura di Mirone.                                                                                                                                                                                        Le danzatrici si risolvono talvolta  nell’universale essenzialità di elementari forme geometriche… La spirale, anzitutto,  che nel suo sollevarsi  disegna la figura, in un gioco d’armonia, prossimo ad alchimie di metamorfosi.                                                                                                                                                                                 Le ballerine, così essenzializzate, sembrano assumere la grazia elegante delle rose; il tutù si trasforma, come per il magico effetto di un caleidoscopio, in una corona di petali.                                                                                             Una pittura quella di Angelisa Bertoloni, capace di cogliere l’Assoluto dentro la materia, l’idea che preesiste all’esistenza delle cose… la bellezza d’un Tutto che vive eterna nei petali di un fiore.

    

                                                                                                                                           Paolo Cicchini